Steven Wilson & Band

Hand. Cannot. Erase. Tour 2015

Live @ Roma Teatro Sistina 

Il mio amico scrittore Roberto Genovesi mi ha portato di peso al concerto di Steven Wilson (e non so come ringraziarlo). Be', mi sono sentito come probabilmente un qualunque ragazzo che, nel 1970, si ritrova al suo primo live dei Pink Floyd. Steven Wilson ha trascinato sul palco influenze ad ampio spettro, dai primissimi Genesis, ai Gentle Giant, i Magma, i King Crimson, Mike Patton, qualcosa di Peter Gabriel IV, particelle nucleari del suo straordinario Dna musicale. Che fa di lui il Baudelaire del post-prog-art rock. Con altri quattro musicisti provenienti da Saturno, Wilson ha fatto di una serata non un concerto ma un embolo di follia, desolazione, morte, poesia, una bolla nel cervello scomposta in tempi al limite dell'impossibile senza mai perdere un millesimo di beat, né la potenza sonora che non è solo decibel ma musica fatta di ossa, fusa assieme a un impianto video che ha reso lo show una colata di suggestioni apocalittiche.
 Un concerto a cui spero abbiano assistito tanti musicisti, per aprire la testa e lasciare a casa il giro di blues e il funky, imparare a usare, almeno una volta al mese, accordi in minore. O quantomeno apprezzare il basso suonato col plettro. Mi auguro che abbia assistito a questa accademia britannica anche qualche tecnico del suono: di quelli convinti che la pelle risonante della grancassa debba essere per forza bucata e che il batterista perfetto picchi sempre alla stessa intensità come una batteria elettronica (ma penso sia solo per la dannata pigrizia di non voler seguire il concerto con le orecchie e le manine, e muovere un pochino i cursori del volume – che probabilmente hanno fissato col silicone al termine del soundcheck). Steven Wilson mi ha ammazzato di brividi, in un vero o proprio turbamento senza fine.


Review by Paolo Di Orazio


Photo by Alarico Felici

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