Storm Corrosion Recensione

Finalmente Storm corrosion è tra le mie mani; ha fatto un lungo giro, lungo quanto il viaggio che Steven Wilson e Mikael Åkerfeldt hanno intrapreso per dare vita a questo album, pubblicato nel Maggio 2012 dalla Roadrunner Records ed a lungo atteso dai fan e dagli addetti ai lavori.
Sulla copertina, opera di Hans Arnold, campeggia un’allucinata teoria di personaggi in rosso e nero, tanto realistici da sembrare familiari ma abbastanza irreali da indurre un sottile disagio. Faccio partire la prima traccia mentre sfoglio il booklet, opera del solito Carl Glover di Aleph (la mia è l’edizione standard, ma sono disponibili anche un’edizione con blu-ray e CD con tracce extra ed una lussuosa edizione con due LP da 180 grammi e due poster originali). L’atmosfera di Drag Ropes è dolce ed insinuante e, suggestionata dalle foto domestiche di Steven e Mikael del booklet, mi vengono in mente le cupe favole tradizionali, quelle non edulcorate dalla Disney. La suggestione è accresciuta da alcuni suoni improvvisi che mi ricordano le colonne sonore dei film di Tim Burton. Mentre l’iniziale dolcezza si disarticola in una litania a più voci ossessiva come una filastrocca, rivedo le immagini dell’efficace video del brano, nero e scarno come un incubo. Intanto, le voci, le chitarre, le tastiere ed i fiati si intrecciano a comporre un arazzo dai molteplici rimandi, che fluttua imprevedibile fino all’amaro finale.
Il brano successivo, Storm Corrosion, ha il testo più ermetico dell’intero album, e quindi a mio avviso il più evocativo. La malinconia sognante del flauto e della chitarra unite alla voce di Steven mi trasportano sulla grigia spiaggia atlantica dell’artwork di The sky moves sideways o di Belle de jour. I suoni si rincorrono come onde sulla battigia, lente ed ipnotiche, sempre uguali a se stesse e sempre diverse. Improvvisamente, spiazzanti e distruttivi, irrompono suoni e stridori che sembrano usciti da un film di fantascienza degli anni ‘50. La scena si frantuma, cresce l’angoscia. Poi ritorna la calma, ma ormai nulla è più come prima.
In Hag la voce di Mikael dà corpo ad una distorta canzone d’amore-odio, in cui un’ira trattenuta filtra a tratti tra le crepe di una cortese distacco, mentre tastiere e percussioni compongono lo scabro paesaggio interiore della fine di un rapporto.
Happy, a dispetto del titolo, è il brano più malinconico ed apparentemente più semplice dell’intero album. Il cantato senza parole e l’uso massiccio di chitarre acustiche si allontanano quanto più possibile dallo scontato, e disegnano la stessa immagine descritta in Four Trees Down delle Cover version con elegante e funebre leggerezza.
Lock Howl, unico brano strumentale, segna una decisa impennata nel ritmo, ben sostenuta dalla batteria. Arpeggi di chitarre e tastiere si intrecciano e confondono, si condensano in una sola nota cristallina, si aprono a battiti di mani, scivolano lungo chine di fiati, riecheggiano e rabbrividiscono lungo invisibili pareti fino al finale, improvviso come la chiusura di una porta.
Ljudet Innan (in svedese, “prima del rumore”) si apre con la voce di Mikael che modula un cantato che ha di certo sorpreso (se non sconcertato) i fan del suo growling della prima ora. È l’inizio di un viaggio che, con numerosi cambi di atmosfere e suoni toccanti, porta via i pensieri. Ho ascoltato quest’album ormai molte volte, ma la fine del pezzo mi sorprende sempre, come se le note proseguissero il loro cammino oltre il silenzio. Storm Corrosion , terzo elemento di una trilogia ideale costituita da Heritage¹ e Grace for Drowning², sposta ancora avanti il limite della libertà e della sperimentazione dei lavori precedenti fino ad annullarlo. Steven e Mikael si sono concessi di annegare nelle loro emozioni più profonde e di attingere al patrimonio delle loro esperienze sonore e visive senza preclusioni e preconcetti, forti di una sintonia che si ritrova raramente tra musicisti uniti per un progetto temporaneo.
L’album è costruito attorno a due elementi: le chitarre, di cui, come dichiarato in alcune interviste, si è occupato prevalentemente Mikael, e le tastiere, opera di Steven; ma presenta una varietà ed una tessitura di suoni tale da rendere impossibile elencarli tutti. L’effetto complessivo non è però di gratuita saturazione, quanto di progressiva stratificazione, come in un paesaggio naturale osservato a varie distanze, in vari momenti dell’anno e con differenti stati d’animo. L’apporto del puntuale Gavin Harrison alle percussioni, di Ben Castle ai fiati e di Dave Stewart (già collaboratore di Steven per i suoi album da solista), arrangiatore degli archi, è limitato al necessario, ma senza mai essere marginale o superfluo.
Il risultato finale sfugge a qualunque classificazione. A tratti estremo come un brano di musica classica contemporanea, a tratti lineare come una ballata folk, l’album è al tempo stesso dolce, sinistro, emozionante, sconcertante, epico, contorto, angosciante e consolatorio; ma mai prevedibile e scontato. L’ascolto richiede attenzione, non è certo un lavoro da mettere come sottofondo mentre si sta facendo altro; ma regala in cambio autenticità, profondità e coinvolgimento emotivo.
L’unico rammarico è che, al momento, non sono previste esibizioni dal vivo del duo, che regalerebbero di certo un’altra, preziosa dimensione ad un lavoro così complesso.

¹ Opeth, settembre 2011, Roadrunner Records.
² Steven Wilson, settembre 2011, Kscope Music Records.


Recensione by Paola Macchiavello

Video


Graphic elements are from CSS Zen Garden theme by Pierre Antoine Viallon (Creative Commons license), Lasse Hoile and Porcupine Tree.