Steven Wilson New York Electronic Musician

Intervista di Mike Levine di Electronic Musician

Per certi versi Steven Wilson è uno all'antica. Il cantante-chitarrista dei Porcupine Tree ammira i concept album, ricorda le grafiche e la confezione dei vinili e ritiene l'odierna cultura del download specialmente la compressione audio in MP3 e l'enfasi sul download del singolo brano in antitesi con la sua visione musicale. Ma Wilson non è assolutamente un luddista. Abbraccia con tutto il cuore la tecnologia di registrazione digitale, usa parecchi plug-in per il processo del segnale e ha uno studio personale incentrato sul suo Apple Mac G5. Il suo allestimento è uno studio casalingo nel vero senso della parola si trova nella casa dei suoi genitori, nella stanza in cui è cresciuto. Wilson ha usato quello studio per la maggior parte dei pezzi su Insurgentes, il suo nuovo progetto solista. (Alcune delle chitarre sono state registrate al Red Room Recorders in Florida, e la batteria e alcuni altri pezzi sono stati registrati altrove). Wilson si è occupato di tutto il mixaggio per il progetto, sia in stereo che in surround. La musica su Insurgentes condivide delle similitudini con quella dei Porcupine Tree, ma proprio perché si tratta di un progetto solista, Wilson ha avuto modo di esplorare elementi musicali che spaziano da segmenti stile muro di suono a passaggi orchestrali atonali fino alle ballate vocali al pianoforte che difficilmente si sentirebbero su un disco dei Porcupine Tree. Ma Insurgentes contiene più di un semplice CD. La release standard, la cui uscita è prevista per febbraio 2009, comprende sia un CD che un DVD. Quest'ultimo contiene il mixaggio in versione surround fatto da Wilson in formato DVD-A e DVD-V (il DVD-V può essere letto solo da un apparecchio home theatre), e un estratto di 18 minuti da quella che è un'altra facciata del progetto, un "documentario-road movie" realizzato dal regista Lasse Hoile, che vede Wilson in una serie di luoghi intorno al mondo, che parla con i musicisti di come l'era digitale abbia cambiato secondo loro il mondo della musica. In una scena, si vede Wilson che spara ad un I-Pod con un fucile, una mortificazione simbolica di questi apparecchi, i quali hanno contribuito a ciò che lui chiama "la mentalità juke box" propria della musica scaricabile. Lo scorso autunno, Wilson ha mostrato la sua venerazione per il confezionamento creativo di un album realizzando una versione deluxe limitata di Insurgentes che contiene un CD bonus con 5 pezzi (i quali non sono stati inclusi nella successiva edizione standard) ed è racchiusa in un libro dalla copertina rigida, pieno di foto a colori scattate durante la realizzazione del film. Ho avuto l'occasione di parlare con Wilson riguardo Insurgentes quando si è trovato a New York per l'anteprima del mixaggio surround.


EM: in termini di genere, come descriveresti la musica su Insurgentes? Sarebbe corretto chiamarla Progressive rock?

Steven Wilson: penso di poter onestamente dire che per la prima volta ho fatto un album che va quasi oltre la classificazione generica. Quindi sì, Insurgentes contiene elementi di progressive. Ma anche elementi di musica industriale, pop, Britpop, shoegaze e alternative. Ha delle indicazioni del tempo complicate, ma ha anche delle ballate al pianoforte molto semplici. E'un qualcosa che va oltre. In un certo senso, la mia aspirazione è sempre stata quella di creare musica che vada oltre i generi. Ma è più facile a dirsi che a farsi.

EM: quindi è la tua visione musicale, a prescindere dal genere.

Steven Wilson: sono io. Assolutamente, sono io. Ed è tutta la musica che mi ha ispirato e che costituisce la mia personalità musicale. Ascolto talmente tanti generi musicali, ma vengono tutti per così dire filtrati per poi confluire nel mio lavoro. Quindi spero ci sia qualcosa che può essere definita la quintessenza di Steven Wilson, oltre i vari "suona come quel gruppo o quell'altro" o "puoi metterlo in quella casella o in quell'altra".

EM: puoi fare un paragone tra la realizzazione di questo album e registrare con i Porcupine Tree?

Steven Wilson: ovviamente ci sono delle similitudini, perché il mio approccio al lavoro è abbastanza coerente, a prescindere da ciò che sto facendo. Per certi versi è stato più facile, per altri più difficile. E' stato più facile nel senso che non avevo nessun fardello o programma rispetto a questo disco. La cosa è, quando hai una band affermata, non importa quanto tu possa essere libero e sperimentale come musicista, ti porti sempre dietro con ogni nuovo progetto il peso della tua discografia. E ti porti dietro le aspettative dei tuoi fan, e porti il peso del tuo stesso stile, o quello che è il modo in cui hai definito il suono e il tuo stile. Quindi è stato facile perché non avevo nessun programma, Se volevo che l'orchestra suonasse due minuti di rumore atonale, potevo dir loro di farlo. Se un giorno volevo fare una ballata al pianoforte, potevo farla. Se dopo un minuto volevo fare del puro rumore industriale, potevo farlo. Non penso che avrei potuto fare tutto questo nel contesto di un gruppo, perché un gruppo si basa sempre sul territorio comune condiviso. E ci sono sempre cose nella personalità musicale di ognuno che non puoi portare nella band perché per una ragione qualsiasi non si adattano alla matrice di ciò che la band sta facendo. Per cui è stato fantastico, è stato liberatorio.

EM: quali sono gli svantaggi del lavorare da solo?

Steven Wilson: la cosa difficile ovviamente, che poi è la stessa che mi ha fatto sentire libero, è che ero l'unica persona a prendere delle decisioni. E' così facile diventare arroganti quando non si ha nessuno con il quale confrontare delle idee. Ed è stato difficile perché non avevo nessuno al quale dire: "Hey, cosa ne pensi? Pensi sia troppo forte? Pensi sia troppo calmo? Pensi che questo pezzo sia abbastanza buono?" Dovevo arrivare a tutte queste decisioni da solo, andando per tentativi. Adesso ho capito perché è difficile essere un artista solista e dover rispondere solo te stesso. In quel senso c'è stato più stress. E' stata certamente una cosa buona e cattiva, ci sono stati pro e contro, artista-solista-contro-gruppo.

EM: ma a te piace lavorare il più possibile nel tuo studio, a prescindere dal progetto, giusto?

Steven Wilson: sì è vero. L'ho fatto per molti anni. Mi sono reso conto da subito che volevo fare un tipo di dischi che non possono essere fatti in una situazione disciplinata o sotto pressione. Con "pressione" intendo dire che si ha un certo periodo di tempo, uno studio costoso e ogni minuto ti costa dei soldi, Non fa per me. I dischi che amo fare sono delle grandi produzioni, come un viaggio musicale in un certo senso. Ed è come mettere insieme un puzzle. Molto spesso, è un processo che richiede del tempo. Amo sperimentare, e odio avere la sensazione di non poter sperimentare a causa di costrizioni finanziarie o di tempo. Quindi per molti anni ho accumulato esperienza e capacità nell'ambito dell'auto-produzione. E come effetto collaterale, ho anche imparato a fare rumori accettabili su tanti strumenti diversi.

EM: quale consideri il tuo strumento principale?

Steven Wilson: credo sia la chitarra. Anche se non sono un chitarrista particolarmente bravo; suono le tastiere tanto quanto la chitarra quando compongo. Ma nei Porcupine Tree, quasi di default, sono finito a fare il frontman-chitarrista-cantante. Non per imposizione, ma le cose sono andate così.

EM: cosa significa il titolo dell'album, Insurgentes?

Steven Wilson: Insurgentes Avenue è la strada più lunga del mondo. E si estende lungo quella che è la terza città più grande del mondo, ovvero Città del Messico - le altre due città più grandi sono entrambe in India. Ma fuori dall'India, Città del Messico è la più grande del mondo, ed è lì che la maggior parte dell'album non direi che la maggior parte del disco è stata registrata lì, ma è sicuramente stata ispirata dal mio viaggio a Città del Messico e molte delle foto che potete vedere nel libretto sono state scattate in Messico.

EM: parlami dell'aspetto cinematografico. Di che si tratta? E' un documentario sulla realizzazione del disco?

Steven Wilson: no, quello sarebbe stato estremamente noioso. E' tutto il contrario. Cioè, c'è anche la realizzazione del disco; ci sono momenti del film nei quali mi si vede al lavoro sul disco. Il modo migliore in cui potrei descriverlo è un road movie surreale. Mi vedrete in viaggio. Ma in ogni Paese in cui siamo stati, abbiamo trovato questi luoghi incredibili. E ci inventavamo delle cose strane da fare sul posto, cose surreali. E abbiamo provato a parlare con quanti più musicisti possibile, musicisti locali. C'era un concetto di base dietro al film, ed è questo: volevamo esplorare cosa significa essere un musicista professionista o un produttore o qualcuno che fa dischi nell'era della cultura del download, e come ciò li ha condizionati, l'era dell'MP3 e la morte del prodotto fisico. Non penso che nessuno si sia fermato a documentarlo. Negli ultimi 5 anni il cambiamento è stato incredibile, straordinario. E nessuno si è fermato a documentare questo processo. Così nel film abbiamo parlato, per esempio, con Trevor Horn, il produttore britannico. E gli abbiamo fatto una semplice domanda tipo "cosa ne pensi della qualità degli MP3?" Perché è interessante, penso, che la gente senta dire da uno come lui quanto facciano ca*are gli MP3. Un sacco di gente non si pone neppure il problema della qualità degli MP3; pensano che la musica suoni così. In particolare la generazione più giovane, la quale è cresciuta nell'era degli MP3. Sentire qualcuno come Trevor Horn dire: "Se ascolti un MP3 e poi ascolti una delle mie produzioni ad alta risoluzione, non crederai alla differenza." E' stato fantastico sentire gente come lui parlare di questo genere di argomenti. Quindi abbiamo parlato con molti musicisti e produttore e gente che fa dischi, riguardo l'intera questione della morte del prodotto fisico o dell'alta risoluzione dei supporti.

EM: per non parlare del fatto che il concetto di album ha perso la sua grandezza per colpa dei download.

Steven Wilson: già, questo è un altro problema. Stiamo parlando di ciò che chiamo “mentalità da juke-box”, in cui scarichi un paio di canzoni dall’album ma l’idea dell’album come un pezzo unico, come un viaggio musicale: pensa a grandi album come Pet Sounds, o Stg. Pepper, o The Dark Side of the Moon, questi album sono pensati per essere ascoltati dall’inizio alla fine, proprio come un viaggio musicale. Ma adesso ci sono ragazzi che non sono abituati a un approccio simile, sia dal punto di vista estetico che dal punto di vista del viaggio musicale da 50 minuti. Si tratta solo di scaricare due canzoni e infilarle in una playlist.

EM: e poi ci sono gli art work che accompagnavano gli album. Ho visto un libro di immagini che conteneva le copertine dei cd dei classici album dell’etichetta Blue Note: quella roba era meravigliosa! Il cd e ancor di più il download hanno ucciso l’arte visiva dell’album.

Steven Wilson: sì, l’idea che l’artista estenda la propria creatività con il confezionamento dell’opera sta diventando sempre meno diffusa. Ed è una cosa che trovo piuttosto deprimente. È di questo che parliamo nel film, del packaging, degli art work, di tutto ciò con cui sono cresciuto nella mia giovinezza, dei gatefold sleeves e dei novelty sleeves. Non saprei neanche dire se le nuove generazioni possano concepire una forma fisica della musica.

EM: parliamo del tuo studio. Quant’è grande la stanza in cui registri?

Steven Wilson: il mio studio non è per nulla uno studio. È un computer. Questo è tutto il mio studio negli ultimi tempi. Questo non vuol dire che in tutti questi anni non ho mai avuto uno studio con ripiani, mixer e equipaggiamenti professionali e tutto il resto. E devo dire che sono un grande fan anche se rischio di sembrare ipocrita, della registrazione digitale. Una buona parte della mia musica è influenzata dalla registrazione e dall’editing digitale e tutte le facilitazioni al mio lavoro che questa comporta, anche i plug in. Per parlare dello studio in questi giorni ho un A/D, che è un Apogee Trak2, e un gran microfono, un Neumann U87, e questo è più o meno tutto. Ho anche una collezione di chitarre e un pianoforte. Il resto è tutto in un computer, un G5 su cui gira un Apple Logic Pro 7 al momento.

EM: ma lo spazio fisico in cui registri è una stanza di casa tua, giusto?

Steven Wilson: sì, ed è una stanza piuttosto piccola. E in realtà non è neanche a casa mia, è a casa dei miei genitori, è la stanza in cui sono cresciuto. A dirla tutta non ho mai veramente lasciato casa dei miei genitori, ci torno spesso per scrivere musica, per registrarla e per mixarla.

EM: che tipi di monitor usi? Registri in quella stanza?

Steven Wilson: sì, registro lì e uso cinque speaker della Genelec, e un sub sempre della Genelec. Per quanto riguarda lo stereo, ascolto sempre tramite I Genelec, e ho anche un paio di Yamaha NS-10. Ho anche un paio di monitor della Quested. Cerco sempre di comparare diversi altoparlanti e speakers, la camera non è grande e non avrà una grande acustica, ma so come dovrebbe suonare il pezzo.

EM: quando fai dei surround mix e dei mix stereo degli stessi lavori, quali fai prima e perché?

Steven Wilson: faccio sempre prima I lavori in stereo, perché quando arrivi a un punto in cui ti piace come hai mixato la parte in stereo, il surround mix è molto più facile, perché tutto ciò che ti resta da fare è decidere dove posizionare i suoni. Hai già sistemato l’equalizzazione e gli effetti, il bilanciamento del volume. E con un po’ di aggiustamenti, perché le cose cambiano quando ragioni in tre dimensioni, soprattutto per quanto riguarda il volume, ti basta spostare due cose e hai il surround mix. Quindi cerco il perfetto mix in stereo e solitamente ci vogliono tre settimane, e per il surround mix mi ci vuole davvero un giorno solo, perché il lavoro è già fatto, si tratta solo di “lanciare le cose per la stanza”.

EM: credo che se facessi il contrario, sarebbe deprimente passare dal surround allo stereo mix.

Steven Wilson: sarebbe davvero deprimente come passare da tre a due dimensioni.

EM: cosa ci puoi dire della batteria, in quest’album? È stata registrata anche lei nel tuo studio a casa?

Steven Wilson: no, sono state registrate nello studio privato del batterista. Il batterista, Gavin Harrison, che guarda caso è anche il batterista dei Porcupine Tree, ha una situazione simile alla mia: ha sperimentato per anni a casa sua microfoni, preamplificatori, posizioni diverse, ed è giunto a un set up che tiene sempre uguale, nel suo studio. Ha una grande stanza insonorizzata nel suo studio, e lì registra tutte le tracce di batteria.

EM: gli hai mandato dei file Logic, o hai dovuto cambiare formato?

Steven Wilson: siamo stati fortunati perché anche lui usava i Logic ancor prima che ci incontrassimo, quindi possiamo scambiarci i file con grande semplicità.

EM: ci sono un sacco di Textures su Insurgentes. Hai usato degli strumenti virtuali o elettronici per crearle?

Steven Wilson: un’ottima parte degli strumenti suonati in quest’album che creano textures sono chitarre. Sono praticamente tutte chitarre.

EM: come hai fatto ad ottenere quei suoni?

Steven Wilson: plug in. Sono tutti plug in. Li amo, e amo mescolarli e vedere cosa succede. Adoro sperimentare, coi plug in, e usarli in nuovi modi mai visti prima.

EM: che plug in usavi?

Steven Wilson: sono un grande fan dei Digidesign D-Fi, che includono Lo-Fi, Vari-Fi, Sci-Fi e i Recti-Fi. Sono ottimi per produrre modulazioni ad anello e quelle distorsioni che non sono distorsioni naturali. In queste distorsioni continui ad abbassare il ritmo dei bit finché non senti un break-up digitale.

EM: nella canzone “get all you deserve”, c’è un pezzo in cui si viene colti alla sprovvista da un muro di suono che è puro rumore. Puoi parlarcene?

Steven Wilson: sì, ho sempre amato il rumore. Adoro la brutalità di costruire qualcosa di bello e poi distruggerlo col rumore. Per me è uno strumento potente che dà drammaticità al pezzo. E questo in un certo senso accade con le canzoni dei Porcupine Tree. Ci sono canzoni dei PT che passano velocemente da intermezzi spaziosi e belli a inserti più pesanti; ci sono elementi quasi metal nell’ultima produzione dei Porcupine Tree. Ma col mio disco solista m’interessava fare qualcosa di ancor più simile al rumore puro. Sono un fan di artisti che fanno musica noise, i cosiddetti musicisti industrial, come Trent Reznor, o come artisti ancora più estremi, i Merzbow per esempio, musica noise giapponese. Li adoro, e adoro prendere qualcosa di sottile e bello per distruggerlo. Questi cambi dinamici sanno essere incredibilmente drammatici.

EM: quando ancora si registrava su nastro in uno studio casalingo, un grande problema era farci stare tutto nelle 4 o 8 tracce che avevi a disposizione. Oggi, coi sistemi DAW invece, il problema è non usare troppe trace. Trovi che sia vero?

Steven Wilson: sì, lo penso. Me ne sono accorto quando registravo in surround sound i cd dei King Crimson: mi ha affascinato l’economicità di quegli album. Mixare Red ad esempio, ti dava davvero l’idea di un power trio che stava suonando solo chitarra basso e batteria con pochissime sovra registrazioni. Eppure suonava da dio. Invece in certi miei pezzi mi ritrovo a registrare le chitarre una sopra l’altra sette, otto, nove volte. E penso: lo sto facendo solo perché posso? La canzone suona davvero meglio, così?” A volte il suono è ancora peggiore. Se puoi, cerca di trovare un suono buono anche da solo, senza dover per forza registrarci sopra più volte. Credo che il problema con la tecnologia digitale è che tu abbia una infinita disponibilità di tracce, e pensi che sovra incidere faccia suonare tutto meglio, “oh  m*rda, non suona bene, ma se riesco a sovra incidere un paio di volte in più…” e credo di indulgere anch’io in questo, a volte, perché vivo anch’io in quest’era. Credo che i musicisti che suonavano prima della registrazione digitale sapessero tirar fuori ottimi suoni con risorse limitatissime. Come hai detto tu, se hai solo 8 tracce, non puoi sovra incidere cinque volte una chitarra, quindi impieghi molto più tempo a cercare un suono che possa andar bene con una sola chitarra. Ed è una cosa che ammiro.


Traduzione by: Claymore & Sentimental at Forum

Graphic elements are from CSS Zen Garden theme by Pierre Antoine Viallon (Creative Commons license), Lasse Hoile and Porcupine Tree.